Febbraio

In questo numero di New Wine Journal, il pezzo di Andrea Sturniolo, che mi permetto di consigliarvi di non perdere, lancia diversi messaggi e offre tanti spunti di riflessione. Con quel suo stile sobrio e riflessivo, alla fine dell’articolo, Andrea chiede proprio ai lettori, curioso, quali siano i loro, nostri, pensieri in merito ai tanti temi presentati.

Allora, comincio subito io. E sottolineo che NON conosco il nome dell’enologo in questione, ne mi preme saperlo. Non è quello il punto. Del resto, tutti i miei redattori hanno carta bianca, e se Andrea dovesse preferire di illuminarci, o perfino di non illuminarci, sulla identità della persona in questione nel prossimo numero di NWJ, così sia.  Intanto complimenti vivissimi, perchè il pezzo è bello, agile, di piacevolissima lettura, ma del resto Andrea mi aveva avvisato essere uno degli scritti che sentiva meglio riuscito. Mi sono divertito, trovando molte delle considerazioni fatte dai due interlocutori condivisibilissime, e alla fine della lettura ho anche imparato qualcosa.

Solo su due cose eccepisco, e con forza, direi quasi con violenza. Non è vero che se uno beve Petrus sente Bordeaux e non il Merlot.  E’ più corretto dire che si sente SIA Bordeaux, SIA il Merlot.  Non è una distinzione di poco conto, tutt’altro. Che si tratti di un Bordeaux, quando bevuto alla cieca, una persona con una buona esperienza in fatto di vino lo capisce subito; ma che sia un Merlot, lo capisce ancora prima. Il problema vero non sta nel o Bordeaux o merlot: risiede piuttosto nel fatto che la grande massa del pubblico beverino, e includo qui la maggior parte dei cosidetti “esperti” degustatori di guide, non distinguono minimamente fra un vitigno o un altro. Ed è su questa realtà  che alcuni enologi, diciamo motivati da altro che non sia la sola purezza espressiva o l’esperienza ludica del fare vino, hanno costruito le loro fortune.

Capisco il discorso del  “vino del territorio”, lo posso anche condividere, ma questo rischia di diventare una bandiera usata in modo piuttosto elastico, quando non addirittura disonesto (attenzione, sottolineo che non intendo da questo enologo specifico piuttosto che un altro, sto parlando in generale), ad esempio un modo qualsiasi per giustificare vini fatti con uve provenienti da chissà dove. Intanto, verificare le percentuali di uve in un vino non è poi tanto difficile, come tutti hanno ormai capito fin troppo bene, mentre identificare, o autenticare, il territorio di provenienza lo è molto di più (ma nemmeno tanto poi, con una ricerca degli isotopi radioattivi… ma lasciamo perdere, che forse è meglio)… molto meglio parlare allora e riempirsi la bocca di “vino del territorio”, il che è un modo fin troppo facile per mettere in bottiglia quel che si vuole, con uve qualsiasi, senza dovere subire impedimenti alla libera creatività del genio del momento, per tornare all’esempio del pittore e della tavolozza di Andrea. E chiudo qui.

Ma ritorno un attimo sul discorso delle bistrattate DOC: vero, molte sono inutili e anche ridicole, alcune addirittura dannose (perché ingenerano solo confusione), anche spesso create più per ragioni politiche che altro. Sono però anche, nei casi migliori, un baluardo contro l’appiattimento gustativo globale, cioè contro l’omologazione. Voglio solo dire che se alla fine il Barolo, il Brunello o l’Amarone dovessero sapere solamente di Cabernet, o ricordare sopratutto il merlot, diventa del tutto inutile stare a parlare di Piemonte, Toscana o Veneto, o di quei territori, perché quel vino alla fine sa solo o soprattutto di Cabernet o di Merlot. D’accordo, di un vino che sa di Cabernet o di Merlot piemontese, veneto o toscano, proprio come Petrus è un Merlot bordolese, ma sempre di Cabernet o Merlot si tratta.  Non fraintendetemi: con questo non voglio dire che il vino del territorio non esiste, esiste eccome. Pensate a un vino prodotto con il Sangiovese nel freddo o nelle altimetrie di Radda, o con il Nerello Mascalese sulle pendici dell’Etna, vini che potrebbero rispecchiare facilmente caratteristiche tutte loro e inscindibili dal territorio dal quale provengono. In questi casi, ma anche a Montescudaio, a Dolegna, a Gioia del Colle e in un numero infinito di luoghi in Italia,  abbiamo la possibilità di produrre vini diversi, tipici di un luogo, che raccontano davvero quel territorio nel bicchiere, e dovremmo volere difendere tale diversità, che è poi una grande ricchezza per tutti noi.

Ma non è così con i vini di cui scrivevo prima; e così succede che la maggiore parte del pubblico che acquista vini, della riconoscibilità di una toscanità, o del territorio veneto, o del distretto piemontese, finisce col disinteressarsi del tutto, rendendosi conto infine che il vino acquistato ha più o meno gli stessi sapori e aromi del Cabernet o Merlot Cileno o Australiano ma costato molto, ma molto, meno. E permettetemi, arrivati a quel punto con vini simili, della territorialità del vino alla fine non gliene importa e importerà più niente a nessuno (come ci dicono ovunque e molto chiaramente, e non da oggi, le vendite della maggiore parte dei Supertuscan), anche perché nessuno sa cosa la territorialità, quella territorialità, sia. E, pemettetemi, nemmeno noi, e nemmeno tutti voi.

In questo numero di NWJ un bel Giro d’Italia del vino, con gli splendidi I Viaggi di Luca a portarci in Puglia e in Basilicata, nel Vulture. Molto interessante poi la descrizione di Roberta nel suo Degustazioni in Libertà dei vini di Keith Tulloch, uno dei più famosi produttori di vini della Hunter Valley, una zona d’Australia che produce vini forse un po’ più europei di tante altre aree vinicole di Down Under. Infine, la bella intervista di Michele ad uno dei produttori più interessanti di ultima generazione, Christoph Künzli, che sta faticosamente cercando di portare il Boca agli antichi splendori con la sua bella azienda Le Piane.

L’appuntamento del mese, assolutamente imperdibile, è il Roma VinoExcellence & Merano Winefestival 2010, una manifestazione dedicata al vino come poche se ne sono viste mai in Italia. E non sto a raccontarvi delle grandi verticali di Sassicaia o di Bruno Giacosa o di Mastroberardino, ma soprattutto a ricordarvi degli importanti convegni che si terranno nelle mattinate di venerdì 12, sabato 13, e domenica 14 febbraio, ciascuno dedicato ad un vitigno importante in Italia: il Sangiovese, il Cabernet Franc e il Riesling. Relatori di fama internazionale quali Steven Spurrier, Maurizio Castelli, Donato Lanati, Bernard Burtschy, Jean-Claude Berrouet, Franco Bernabei, Stephen Brook, il Marchese Incisa della Rocchetta, Jean-Max Manceau, Luca D’Attoma,  e tanti altri ancora a erudirci su tutto quel che si deve sapere su questi vitigni fantastici, che sono alla base di alcuni dei vini più interessanti d’Italia.

Noi di New Wine Journal saremo presenti con uno stand al quale vi invitiamo a passare, per conoscerci e salutarci. Ci farà piacere conoscervi lì, o durante le degustazioni che guideremo, denominate I Seminari di New Wine Journal.  Per ulteriori informazioni, consultate il sito http://www.meranowinefestival.com/.

Buona lettura e buon febbraio a tutti.